Vi è una domanda che continua a imbarazzare politologi, diplomatici e strateghi: perché la diplomazia coercitiva, quella pratica per cui uno stato minaccia ritorsioni sufficientemente gravi da convincere un avversario a cedere, funziona in meno di un terzo dei casi documentati? Da un punto di vista strettamente razionale, il problema sembrerebbe di facile soluzione: se la minaccia è credibile e le forze in campo chiaramente sbilanciate, il più debole dovrebbe arrendersi. Eppure, come dimostra Robin Markwica nel suo studio del 2018 Emotional Choices: How the Logic of Affect Shapes Coercive Diplomacy, la resa avviene soltanto in una finestra compresa tra il 17 e il 36 per cento delle crisi analizzate, per una media che oscilla attorno al 26 per cento. Il restante 70-80 per cento dei casi sfugge completamente alle previsioni dei modelli razionalisti, e la ragione, secondo Markwica, risiede in ciò che quei modelli hanno sistematicamente escluso: le emozioni dei leader.
Questa non è una considerazione psicologica ingenua, né un invito al determinismo emotivo. È, al contrario, il risultato di un cambiamento paradigmatico profondo che attraversa le relazioni internazionali dagli anni 2000 in poi, noto negli ambienti accademici anglosassoni come emotional turn, e che ha trovato nella raccolta curata da Juliet Kaarbo e Cameron G. Thies per Oxford University Press, The Oxford Handbook of Foreign Policy Analysis (2024), una delle sue elaborazioni più sistematiche e aggiornate. Il contributo teorico di Markwica si inserisce in questo solco, proponendo ciò che definisce una terza via epistemologica tra la logic of consequences dei realisti, che prevede che gli stati si comportino secondo calcoli costi-benefici, e la logic of appropriateness dei costruttivisti, fondata su norme e identità condivise. La sua proposta è la logica dell’affetto: un sistema di valutazione situazionale guidato non dalla razionalità strumentale ma dalla colorazione emotiva che i leader assegnano agli eventi, alle minacce e alle scelte disponibili.
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