siste un tipo di potere che nessun trattato bilaterale, nessuna sanzione economica e nessun arsenale nucleare è in grado di neutralizzare direttamente: il potere di chi controlla il ritmo degli eventi. Che si tratti di un ultimatum con scadenza ravvicinata, di un’azione militare lampo compiuta prima che la comunità internazionale possa reagire, o di una trattativa diplomatica scientemente rallentata fino a rendere obsoleta la posizione dell’interlocutore, il tempo è da sempre uno strumento della politica estera di potenza. Eppure, nella letteratura accademica di relazioni internazionali, questa dimensione è rimasta a lungo sullo sfondo, trattata come un fattore contestuale piuttosto che come una variabile strategica autonoma, capace di strutturare le scelte dei decision-maker con la stessa forza degli interessi materiali o delle percezioni di minaccia.

La svolta concettuale più rilevante degli ultimi anni su questo terreno è quella prodotta da Ryan K. Beasley e Andrew R. Hom, i quali nel 2021 hanno pubblicato su Foreign Policy Analysis il saggio fondativo di quello che hanno denominato Foreign Policy in the Fourth Dimension (FP4D), un framework che coloca il tempo al centro dell’analisi della politica estera, trasformandolo da palcoscenico passivo delle decisioni a strumento attivo nelle mani degli agenti che quelle decisioni prendono. Il nucleo della proposta è tanto semplice quanto radicale: i leader non si limitano a subire la pressione temporale delle crisi, ma intervengono attivamente sulla struttura del tempo, accelerando o rallentando i ritmi decisionali propri e altrui, scegliendo il momento opportuno per agire o per astenersi, costruendo finestre di opportunità o serrandole in faccia agli avversari. Come riassumono gli stessi autori nell’Oxford Handbook of Foreign Policy Analysis curato da Juliet Kaarbo e Cameron Thies per Oxford University Press nel 2024, “gli agenti di politica estera non si limitavano a subire la pressione del tempo o a correre contro il suo esaurimento: stavano armeggiando con i suoi ingranaggi”.

Leggi L'Articolo Completo su "L'Altro Punto di Vista"

Vi è una domanda che continua a imbarazzare politologi, diplomatici e strateghi: perché la diplomazia coercitiva, quella pratica per cui uno stato minaccia ritorsioni sufficientemente gravi da convincere un avversario a cedere, funziona in meno di un terzo dei casi documentati? Da un punto di vista strettamente razionale, il problema sembrerebbe di facile soluzione: se la minaccia è credibile e le forze in campo chiaramente sbilanciate, il più debole dovrebbe arrendersi. Eppure, come dimostra Robin Markwica nel suo studio del 2018 Emotional Choices: How the Logic of Affect Shapes Coercive Diplomacy, la resa avviene soltanto in una finestra compresa tra il 17 e il 36 per cento delle crisi analizzate, per una media che oscilla attorno al 26 per cento. Il restante 70-80 per cento dei casi sfugge completamente alle previsioni dei modelli razionalisti, e la ragione, secondo Markwica, risiede in ciò che quei modelli hanno sistematicamente escluso: le emozioni dei leader.

Questa non è una considerazione psicologica ingenua, né un invito al determinismo emotivo. È, al contrario, il risultato di un cambiamento paradigmatico profondo che attraversa le relazioni internazionali dagli anni 2000 in poi, noto negli ambienti accademici anglosassoni come emotional turn, e che ha trovato nella raccolta curata da Juliet Kaarbo e Cameron G. Thies per Oxford University Press, The Oxford Handbook of Foreign Policy Analysis (2024), una delle sue elaborazioni più sistematiche e aggiornate. Il contributo teorico di Markwica si inserisce in questo solco, proponendo ciò che definisce una terza via epistemologica tra la logic of consequences dei realisti, che prevede che gli stati si comportino secondo calcoli costi-benefici, e la logic of appropriateness dei costruttivisti, fondata su norme e identità condivise. La sua proposta è la logica dell’affetto: un sistema di valutazione situazionale guidato non dalla razionalità strumentale ma dalla colorazione emotiva che i leader assegnano agli eventi, alle minacce e alle scelte disponibili.

Leggi l'articolo completo su "L'Altro Punto di Vista".

Leggere il mondo senza l'intermediazione del rumore

Il paradosso dell’informazione contemporanea risiede nel fatto che, a fronte di una quantità di notizie senza precedenti storici, la comprensione reale degli eventi internazionali sembri diventare sempre più difficile, come se la sovrabbondanza di segnali producesse non chiarezza ma nebbia. Chi si occupa seriamente di geopolitica, di relazioni internazionali o semplicemente di comprendere i meccanismi profondi attraverso cui il mondo cambia, si trova spesso a confrontarsi con un’informazione mediale che privilegia la velocità sulla profondità, il dettaglio emozionalmente saliente sull’analisi strutturale, il conflitto drammatizzato sulla lettura di lungo periodo. Non si tratta di una colpa dei giornalisti, ma di una logica sistemica che Walter Lippmann aveva intuito già nel 1922, quando in Public Opinion descriveva la distanza inevitabile tra la realtà dei fatti e la pseudo-environment che i media costruivano nella mente del lettore.

Il problema è di natura epistemologica prima ancora che professionale: ogni medium seleziona, enfatizza e incornicia la realtà secondo schemi interpretativi che Robert Entman ha definito con precisione come framing, ossia la capacità di selezionare alcuni aspetti di una realtà percepita per renderli più salienti in un testo comunicativo, in modo da promuovere una definizione del problema, un’interpretazione causale, una valutazione morale o una raccomandazione di trattamento. Applicato alla copertura di crisi internazionali, conflitti e dinamiche di potere, questo meccanismo produce sistematicamente una semplificazione che si rivela non tanto scorretta quanto incompleta, e dunque fuorviante per chi voglia formarsi un giudizio autonomo.

A tutto questo si aggiunge la riflessione di Herman e Chomsky, i quali in Manufacturing Consent avevano documentato come i grandi media tendessero a riprodurre le cornici interpretative dominanti nei rispettivi contesti politici, filtrando le informazioni attraverso una serie di strutture che includevano la proprietà dei mezzi di comunicazione, le dipendenze pubblicitarie e il sistema delle fonti istituzionali. Il risultato pratico è che vasti segmenti del panorama geopolitico mondiale rimangono sistematicamente sottorappresentati nei flussi di informazione ordinari: conflitti a bassa intensità in Africa subsahariana, dinamiche di potere nell’Asia centrale, processi di destabilizzazione istituzionale in America Latina, reti di influenza di attori non statali, tutti fenomeni la cui rilevanza strategica è spesso inversamente proporzionale alla loro visibilità mediale.

Il metodo, tuttavia, può supplire alla lacuna della copertura ordinaria. Ciò che distingue il lettore capace di orientarsi in questo scenario non è tanto l’accesso a fonti esclusive, quanto la capacità di costruire un percorso di analisi strutturato su livelli distinti: il dato grezzo, l’interpretazione, il contesto teorico e la sintesi ragionata. Ogni livello richiede strumenti specifici, e la scelta delle fonti appropriate per ciascuno costituisce il nucleo di qualunque metodo serio di analisi geopolitica.


Articolo completo su L'Altro Punto di Vista

L’autunno 2025 fotografa un’Italia libraria divisa tra grandi nomi internazionali, saggistica impegnata e una crescente quota di acquisti quasi obbligati. Dall’analisi delle classifiche Amazon Italia e dei dati ufficiali dell’Associazione Italiana Editori emerge un quadro complesso: da un lato thriller di successo globale come L’ultimo segreto di Dan Brown e saghe monumentali come Il cerchio dei giorni di Ken Follett dominano incontrastati le vendite; dall’altro, la presenza significativa di manuali per concorsi pubblici, libri scolastici e testi per bambini rivela come una porzione rilevante del mercato italiano risponda più a necessità pratiche che a genuina passione per la lettura. Il confronto con Francia e Stati Uniti mette in luce differenze culturali profonde nei gusti, nelle abitudini di lettura e nel rapporto stesso con il libro come oggetto culturale.

Il nuovo articolo su "L'Altro Punto di Vista".

Le reti Bayesiane rappresentano uno dei più sofisticati strumenti matematici mai applicati all’investigazione finanziaria. In un contesto dove il crimine organizzato investe miliardi nel celare le tracce delle operazioni illecite, questa tecnologia probabilistica emerge come una lente di ingrandimento digitale capace di penetrare le architetture criminali più complesse. Il caso Wirecard, il cui crollo nel giugno 2020 costituisce uno dei più grandi scandali aziendali della storia moderna, illustra esattamente come l’assenza di metodologie analitiche avanzate ha permesso a un sofisticato schema di frode di prosperare per quasi due decenni. Secondo le indagini ufficiali, la frode aveva già causato danni significativi a clienti e investitori dalla metà degli anni duemila. Da quando Dan McCrum del Financial Times iniziò le sue investigazioni nel 2014, un approccio basato su reti Bayesiane abbinato alle tecniche di Open Source Intelligence (OSINT) avrebbe potuto fornire elementi probanti cruciali molto prima della rivelazione definitiva di giugno 2020, quando emerse che i 1,9 miliardi di euro che Wirecard asseriva di mantenere presso banche filippine non erano mai esistiti. Questo articolo esamina come le reti Bayesiane, combinate con metodologie di intelligence aperta e analisi forense, illuminano il flusso del denaro criminale e smascherano le entità coinvolte in sofisticati schemi di riciclaggio.

Leggi l'articolo completo su "L'Altro Punto di Vista".

Un nuovo articolo su L'Altro Punto di Vista che approfondisce il fenomeno crescente dell'OSINT illegale (Open Source Intelligence), esaminando come strumenti sofisticati di raccolta dati da fonti pubbliche si sono trasformati in armi di sorveglianza privata, stalking digitale e frode su scala globale. Nonostante l'OSINT rappresenti uno strumento legittimo e indispensabile per agenzie di intelligence, forze dell'ordine e giornalisti investigativi, l'accessibilità e la facilità d'uso di strumenti OSINT hanno generato un'economia criminale sotterranea florida che minaccia i diritti fondamentali alla privacy di miliardi di individui.